Oltre alle lezioni...

I progetti nelle scuole...

Scuola Media Statale “Ettore Paladini"
anno scolastico 2010/1011
 
Relazione della

Dott.ssa Tiziana Cristofari

Era una giornata piovosa.

Dall’esterno la scuola non sembrava particolarmente vecchia. Invece poi l’interno era triste, le aule poco accoglienti, il teatro fatiscente.

Mi accolse una bidella che strillando per la tromba delle scale chiamò l’insegnante con la quale avevo preso i contatti.

La docente era giovane, non sembrava avere più di quarant’anni, ma un atteggiamento scaltro la faceva sembrare più vecchia e un po’ furba.

Mi presentò la prima alunna: l’unica che non aveva lasciato la scuola alla fine delle lezioni ufficiali. Il corso al quale la ragazza era chiamata a partecipare era con le insegnanti che l’avrebbero aiutata a costruire frasi complete e chiare della lingua italiana ed era rivolto a tutti coloro che, come lei, per svariati motivi, non conoscono la nostra lingua. La studentessa era una ragazza bosniaca dell’etnia rom, che mi ha subito detto di voler imparare bene a leggere e scrivere, il ché mi inorgoglì moltissimo.

Nel frattempo, l’insegnante frettolosa e furbetta, mi preparò un elenco dei ragazzi che avrebbero frequentato il corso: studenti provenienti da realtà culturali diverse, rom, egiziani, filippini ecc. Velocemente la docente ci lasciò, aveva altro da fare. Concluse dicendo: “questi sono i numeri di telefono dei referenti rom, per qualunque cosa non esitate a contattarli”. Poi sparì.

In seguito arrivò anche l’insegnante di recitazione, che si unì alla allora, piccola classe, perché molti di quegli studenti dell’elenco quel primo giorno non si presentarono.

La classe, anche se un po’ sguarnita sia nell’arredamento che nelle presenze mi lasciò una sensazione molto positiva. Avevo immaginato un’orda di studenti turbolenti e ingestibili, invece mi ritrovai dei ragazzi tranquilli e attenti.

All’inizio ci fu una decisa aria d’imbarazzo; era la prima lezione e spesso non si sa bene cosa dire, da che parte cominciare, quale impressione dare. I loro volti sembravano sperduti e mi sentii quasi colpevole di quello smarrimento. Capimmo subito che non avevano idea di cosa avrebbero fatto in quelle due ore, ma il ghiaccio si ruppe proprio tentando di spiegare cosa avremmo fatto insieme. Ancora stupore per quelle mani alzate, che chiedevano a fatica, con un italiano quasi incomprensibile, ma senza disturbarsi l’un l’altro, senza interrompere il compagno, la compagna, con curiosità.

Poi, d’un tratto, un piccolo senso di colpa nell’accorgerci che Aya, la bambina egiziana, non aveva capito nulla di ciò che avevamo detto. Il suo sorriso ci aveva tradite. Al momento sembrava essere più in difficoltà degli altri. Si alzò dalla sedia, venne verso di me e mi portò un vocabolario italiano-arabo, chiedendomi di aiutarla a capire che cosa dicevamo. Fu incredibile, sembrava un’adulta. Non perse una sola parola, voleva sapere, voleva capire tutto quanto. Scrisse tutto su un quaderno. E questo tornò a stupirmi. Nessuno aveva pensato di prendere un quaderno per la nostra lezione, ma lei sì, lei voleva imparare in fretta e per me questa fu ancora una volta, un’immensa gioia.

Al termine della lezione, per lo più improvvisata, Mark mi disse di essersi divertito.

Un’altra lezione. La classe al completo.

Mi telefonò l’insegnante di teatro dicendomi che alcuni bambini non volevano recitare, ma volevano imparare l’italiano in modo tradizionale. La sentii spaventata, mi chiese di raggiungerla, sembrava non riuscire a gestire la situazione.

Le risposi di iniziare ugualmente spiegando ai ragazzi che lo scopo era quello di imparare l’italiano recitando, dicendole inoltre che l’avrei raggiunta prima possibile.

Mi avviai verso la scuola un po’ preoccupata, mi era salita la tensione e guidai anche con uno stato d’ansia facendomi venire un leggero mal di testa.

Quando entrai in classe però, trovai un clima diverso da come me lo ero immaginato. Erano tutti divertiti.

L’insegnante di teatro era riuscita ad attirare la loro attenzione; aveva chiesto loro di dire la frase “sono felice” con un’espressione triste o al contrario la frase “sono triste”, ridendo.

E tutti ridevano. Ridevano della difficoltà dei compagni di svolgere il compito. Ma veniva da ridere anche a me; e non era più una recita quella risata, erano tutti terribilmente divertiti, nessuno più sapeva recitare la tristezza.

Si capivano poco uno con l’altro. Le provenienze geografiche diverse avevano mescolato i saperi, la comunicazione verbale; ma rimaneva ancora l’identità umana ad unirli. Tutti sapevano ridere di se stessi e degli altri, tutti capivano la difficoltà dell’altro e la propria, tutti sapevano leggere sul volto dell’altro l’imbarazzo… e tutti continuavano a ridere…

In quel momento divennero un unico gruppo. Senza comunicazione verbale tra loro se non per qualche parola italiana già conosciuta, ma un unico simpaticissimo gruppo. Erano parte di un contesto che li univa nella risata e nella simpatia di quell’unica conoscenza espressiva del volto, di quell’unica conoscenza non verbale della mimica.

E non sembravano più così bisognosi di andare via…